Ilaria Maria Evelina Damonte

    Stamattina, mentre mi spremevo le meningi per abbozzare qualcosa che potesse assomigliare ad una presentazione, il quaderno di italiano di mio figlio, aperto sul tavolo, mi è venuto in aiuto. Francesco ha iniziato a settembre la prima elementare e qualche giorno fa ha imparato la lettera M di “mamma”; accanto alla scritta in stampatello maiuscolo, ha disegnato una piccoletta con due piedi da hobbit (evidentemente anche al suo sguardo di bimbo non sono passati inosservati i miei 158 cm di altezza contro il 39 di scarpe), una testolona imponente, degli occhi enormi e un sorriso spalancato (di cui vado molto fiera). Eccomi, dunque. Questa in effetti sono proprio io, in carne ed ossa, mi ritrovo in tutto. In particolare, se devo dire, nell’imponente testolona, così imponente forse perché è sempre colma di pensieri ed emozioni. Da tradurre in parole.

    La mia avventura con la scrittura è cominciata a otto anni, quando ho avuto in regalo dai miei genitori un diario con la copertina bianca e azzurra. Inizialmente mi limitavo a descrivere quello che accadeva ogni giorno: la scuola, le prime amicizie…; poi ho imparato ad andare più a fondo, a raccontare quello che accadeva dentro di me, quello che provavo. Così, a poco a poco, le parole hanno iniziato a diventare il canale privilegiato per interpretare la vita, il mio modo personalissimo per stare al mondo. Lettrice vorace sin da bambina, ho coltivato la passione per la letteratura e nel 2003, a ventitré anni, mi sono laureata in Lettere all’Università di Genova. Ho poi lavorato nel campo della formazione aziendale fino alla nascita di Francesco, nel 2011; dopodiché ho deciso, sostenuta da mio marito Antonio, di fermarmi a casa per fare la mamma full time.

    Durante tutto il mio percorso umano, scolastico e lavorativo, non ho mai smesso di scrivere. Intingere il pennino nell’inchiostro della vita e poi fissare sulla carta, nero su bianco, i moti del mio cuore è diventato negli anni un bisogno al quale non riesco a sottrarmi. È così che nascono pagine intime che tengo solo per me o lunghe lettere con cui (ahimè) subisso i miei cari; è così che prendono vita personaggi di racconti che, come spiritelli dispettosi, scappano fuori a tradimento dalla mia stilografica. Non c’è niente da fare. Scrivere fa ormai così parte di me che, tornando al mio ritratto, per riconoscermi appieno in quella piccoletta tutta testa, occhi, sorriso e piedoni, forse dovrei chiedere all’autore di aggiungere una penna tra le dita della mamma. Ma non sarà necessario: Francesco mi conosce bene. Me l’avrà senz’altro disegnata dentro ad una tasca, la penna, ne sono sicura.

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